Attori o figuranti?

“Teatro significa vivere sul serio quello che altri, nella vita, recitano male” (Eduardo De Filippo)

Nella vita ce lo chiediamo mai? Forse oggi è il momento giusto: la giornata mondiale del teatro, che celebra anche tutte le arti sceniche. Ma ormai mi conoscete e sapete che mi piace andare oltre l’ovvio.

Dal 1962 (fu scelta questa data nel 1961 durante il Congresso Mondiale dell’ITI, l’Istituto internazionale di teatro), il 27 marzo di ogni anno si onora il teatro come mezzo di comunicazione universale, espressione artistica e strumento educativo.

L’importanza culturale che riveste il teatro è universalmente riconosciuta e molto spesso, a differenza di altri mass media, colpisce nel segno, trattando tematiche sociali, politiche e umane non sempre gradite alle alte sfere. Gli autori teatrali, meno influenzati rispetto a quelli televisivi e radiofonici, riescono a stuzzicare gli spettatori spingendo spesso alla riflessione e ai conseguenti cambiamenti sociali. Ma non solo.

L’arte teatrale stimola empatia, avvicina le persone incarnando il significato più ampio di inclusione. Diversamente abili, persone di qualunque ceto sociale, con diverse culture, origini, età e identità di genere si fondono intimamente dando vita alle più variegate compagnie teatrali, pronte ad offrire al pubblico stimoli sempre nuovi rendendo il teatro un mondo accessibile, inclusivo e coinvolgente. E poi fare l’attore, soprattutto teatrale, è uno dei più bei lavori del mondo. Un giorno sei il re del mondo, il giorno dopo l’ultimo degli schiavi, il giorno dopo ancora un emiro miliardario e l’altro ancora un senzatetto di periferia… ogni ruolo che si interpreta regala un’esperienza.

Ma tornando al vero senso per cui sto scrivendo: nella nostra vita, preferiamo essere attori parlanti o semplici figuranti?

I più maliziosi potranno interpretare il termine “attori” come chi conduce una vita finta dove regna l’ipocrisia. Allora facciamo così, riformulo la domanda: abbiamo il coraggio di essere protagonisti della nostra vita o tiriamo avanti come comparse? Vi lascio il tempo per pensarci.

Intanto, esaminando al volo l’aspetto “attori-ipocrisia” e chi ne fa cavallo di battaglia in ogni occasione propizia dando sfoggio poi delle peggiori figuracce quando viene fuori la sua vera personalità, possiamo dire che oggi viviamo in un mondo dove c’è molta esteriorità e poca sostanza. L’apparire è più importante dell’essere, e la frase più comune, o che almeno a me capita di sentire più spesso, è “pare brutto” (comportarsi violentando magari la propria indole pur di non andare controtendenza, fare torto o sembrare sgarbato). Va bene la disponibilità, l’empatia, ma tante volte perché “pare brutto” si fanno cose che non si sarebbero fatte mai. E devo dire la verità, nella mentalità di paese con la quale sono cresciuto, questo aspetto è molto comune: usi e consuetudini che diventano sacrosanti per non offendere il fare “ufficialmente consentito”, manco fossero scritti sulle Tavole della Legge di Mosè.

Ritornando invece al nocciolo della questione, avete pensato alla vita che facciamo o vi ho distratti con l’immagine di Mosè che scendendo dal Monte Sinai dopo quaranta giorni dice “scusate il ritardo ma andarmene… pareva brutto”?

A molti sembrerà una domanda retorica e semplice, e forse, in fondo lo è anche, ma di certo ognuno in cuor suo troverà la consapevolezza e con essa la risposta che, secondo me, non è per niente scontata.

Essere protagonisti della propria vita, ovvero avere sempre l’assoluta libertà di scegliere, è il sogno di tutti, ma è appunto un sogno. E come dicevo prima, questa libertà richiede una buona dose di coraggio perché spesso non è semplice contrastare gli eventi. Bisogna prendere decisioni difficili, a volte dolorose per sé o per gli altri, dovute a cause di forza maggiore o ad una situazione del momento andando contro quello che si vorrebbe davvero. Altre invece si prendono per opportunità, in attimi di scelleratezza, per pulsioni del cuore, per ripicca… ecco, direi libertà di scelta con la salda intenzione di non lasciarsi sopraffare dagli eventi.

Immagino nessuno avrà risposto che sopravvive, più che vive, lasciandosi sballottare dalle onde del mare degli avvenimenti come un canotto dalla deriva; questo ora, o per davvero, e sarei felice per lui/lei, o per eccesso di autostima. Credo che per indole caratteriale, o mancanza di valide alternative, ci sia qualcuno che vive quest’ultima condizione, trascorrendo i suoi giorni galleggiando nella speranza di non annegare nell’insoddisfazione, ma come sempre lascio il giudizio a chi abita nell’alto dei cieli convinto che nessuno al mondo possa ergersi a creatura che non sbaglia mai.

Va beh, comunque, scusate se mi sono dilungato troppo. Vi lascio con l’augurio che possiate sempre scegliere ciò che vi rende più felici e non abbiate mai, o quantomeno abbiate molto raramente, la necessità di dover rinunciare alla vostra libertà perché sennò… “pare brutto”.